Il redditometro sta per tornare? Parrebbe di sì, almeno a giudicare dalla bozza di un decreto ministeriale. Si tratta di una misura particolare, che punta a scovare gli evasori fiscali per mezzo di un confronto tra il reddito dichiarato e il reddito presunto.

Una misura che non rappresenta certo una novità, giacché era in vigore fino al 2014. Una misura, tuttavia, molto controversa e che in passato ha generato molti malcontenti e una percezione del fisco come nemico dei contribuenti.

In questo articolo parliamo del redditometro, spiegando come funziona e fornendo qualche informazione sulla versione che il Parlamento potrebbe approvare a breve.

Come funziona il redditometro

Il funzionamento del redditometro è molto semplice. Il fisco analizza alcune spese che il contribuente ha effettuato in un determinato anno di imposta e calcola, in maniera sintetica, il reddito necessario a sostenerle. Confronta poi questo reddito presuntivo con il reddito dichiarato. Se vi sono discrepanze, assume che il contribuente abbia nascosto una parte del suo reddito, dunque lo sottopone ad accertamento. 

Questo meccanismo sembra rispondere a un principio banale: non è possibile spendere soldi che non sono stati acquisiti. Nella realtà, presenta alcuni rischi.

Per esempio, le spese potrebbero essere sostenute mediante denaro guadagnato in un altro periodo di imposta, mediante risparmi accumulati negli anni passati, acquisizione di somme che non hanno a che vedere con l’attività lavorativa, come la vendita di un immobile.

Tutte motivazioni legittime, e che in effetti sono sufficienti, in sede di accertamento, a dimostrare la propria buona fede. Da qui, la percezione che per alcuni il redditometro sia, nella migliore delle ipotesi, una perdita di tempo.

Senza considerare un aspetto fondamentale, che è quello della privacy. Il fisco agisce con assoluta discrezione, utilizzando i dati solo ed esclusivamente per lo svolgimento dell’attività di accertamento, ma certo ad alcuni inquieta sapere che il fisco possa conoscere, e utilizzare contro di lui, informazioni sui suoi acquisti.

Le spese che il fisco potrebbe utilizzare come indice

Il redditometro è stato un cavallo di battaglia di alcuni governi dei primi anni Duemiladieci. Poi è stato abolito proprio perché avverso ai contribuenti e per i già citati problemi di precisione. Ora il tema sembra essere tornato in auge. Cos’ha spinto il governo o per meglio dire il ministero dell’Economia, a recuperare dall’oblio questo strumento? Molto probabilmente, le nuove opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, che potrebbe risolvere il problema della precisione.

Fatto sta che un decreto ministeriale propone, oggi, una nuova versione del redditometro, che per inciso definisce in modo dettagliato le spese-indice, ovvero quelle spese che il fisco potrà utilizzare per calcolare il reddito presunto. Ecco una panoramica delle più importanti.

  • Medicinali
  • Visite sanitarie
  • Rate del mutuo
  • Bollette
  • Canoni di locazione
  • Canone di leasing
  • Beni di lusso
  • Spese per mobili, elettrodomestici, servizi per la casa
  • Spese per i collaboratori domestici
  • Investimenti di qualsiasi tipo

Il nuovo redditometro vedrà presto la luce?

A giudicare dalle tante spese che il fisco potrebbe utilizzare come “indice” il nuovo redditometro non si preannuncia come molto diverso da quello che negli anni passati ha generato parecchie tensioni tra i contribuenti.

Non stupisce dunque che le proposte contenuto nel decreto ministeriale abbiano fin da subito provocato agitazione nella maggioranza. Il ministro ha difeso il provvedimento spiegando che in realtà la definizione precisa delle spese-indice è una garanzia per i contribuenti, ovvero un modo per limitare la discrezionalità del fisco nella determinazione sintetica del reddito.

Parole, queste, che però non sembrano aver sortito l’effetto sperato, almeno a giudicare dalle dichiarazioni del presidente del consiglio, secondo cui il suo governo non creerà mai un “grande fratello fiscale”. Risultato: per ora la riforma è in standby. A scontrarsi, due esigenze: quelle politiche, che puntano a rendere facile la vita ai contribuenti; quelle finanziarie, che puntano a intensificare la lotta all’evasione.

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