
Quanto bisogna mettere da parte ogni mese per pagare le tasse per liberi professionisti senza trovarsi in difficoltà? Non esiste una percentuale valida per tutti. Essa dipende dal regime adottato, dal reddito, dal settore e dalla gestione previdenziale.
È però possibile individuare alcune soglie prudenziali, distinguendo tra le varie figure professionali. Lo faremo qui.
Tasse per liberi professionisti: il metodo dell’accantonamento preventivo
Uno dei rischi più comuni per un libero professionista consiste nel considerare interamente disponibile il denaro incassato. Una parte di quella somma, infatti, dovrà essere utilizzata per pagare imposte e contributi previdenziali. Spendere tutto durante l’anno può quindi provocare una grave carenza di liquidità al momento dei versamenti.
Per evitare questo problema, c’è il metodo degli accantonamenti preventivi. Ogni volta che viene incassata una fattura, una determinata percentuale viene trasferita su un conto separato, destinato esclusivamente alle scadenze fiscali. In questo modo, il professionista conosce la liquidità realmente utilizzabile e riduce il rischio di dover ricorrere a prestiti, rateizzazioni o rinvii.
Quanto bisogna accantonare? Una percentuale settore per settore
Quando si parla di tasse per liberi professionisti bisogna considerare anche i contributi previdenziali. Le percentuali seguenti comprendono quindi entrambe le voci e aggiungono un piccolo margine di sicurezza. Sia chiaro, non rappresentano il carico fiscale esatto, ma una quota prudenziale da applicare agli incassi.
Consulenti, formatori e professionisti digitali
Copywriter, consulenti di marketing, sviluppatori, grafici, formatori e altri professionisti privi di una cassa autonoma sono generalmente iscritti alla Gestione Separata INPS. Nel 2026 l’aliquota complessiva prevista per i professionisti non assicurati presso altre forme previdenziali è pari al 26,07% del reddito imponibile.
Nel regime forfettario, per molte attività professionali il reddito imponibile viene determinato applicando agli incassi un coefficiente di redditività. Su tale reddito si calcolano prima i contributi e successivamente l’imposta sostitutiva, normalmente pari al 15%.
Alla luce di quanto detto fin qui, per questa categoria può essere prudente accantonare il 30-35% di ogni incasso. Chi beneficia dell’imposta sostitutiva al 5% prevista per alcune nuove attività può partire dal 25-30%, mantenendo comunque un margine per conguagli, commercialista e altri adempimenti.
Ingegneri, architetti e professionisti tecnici
Ingegneri e architetti iscritti a Inarcassa seguono regole previdenziali differenti rispetto alla Gestione Separata. Per il 2026 il contributo soggettivo ordinario è calcolato con un’aliquota del 14,5% sul reddito professionale, con la presenza di contributi minimi e di un contributo integrativo.
La percentuale da accantonare dipende soprattutto dal regime fiscale. Un professionista tecnico in regime forfettario può generalmente destinare alle scadenze il 30-35% degli incassi. Nel regime ordinario, soprattutto in presenza di redditi medio-alti, è più prudente salire verso il 35-40%.
È importante non confondere il contributo integrativo addebitato in fattura con un guadagno aggiuntivo: anche questa somma deve essere gestita tenendo conto degli obblighi previsti dalla propria cassa.
Avvocati, medici e professionisti sanitarii
Le professioni ordinistiche presentano sistemi previdenziali molto diversi. Nel 2026, per esempio, il contributo soggettivo degli avvocati iscritti alla Cassa Forense è fissato al 17%, mentre per la libera professione medica l’aliquota intera della Quota B ENPAM applicata ai redditi prodotti nel 2025 è pari al 19,5%, entro il limite previsto.
Considerando anche imposte, contributi minimi e possibili addizionali, avvocati, medici, odontoiatri e altri professionisti sanitari dovrebbero valutare un accantonamento compreso tra il 35 e il 45%.
La parte bassa della fascia può essere adeguata per chi opera nel forfettario e ha un reddito contenuto. La parte alta è più prudente per chi si trova nel regime ordinario, possiede altri redditi oppure raggiunge gli scaglioni IRPEF superiori.
Studi professionali con collaboratori e costi elevati: dal 40 al 50%
Commercialisti, consulenti del lavoro, studi tecnici associati e professionisti che sostengono costi per uffici, dipendenti, collaboratori e strumenti possono avere una gestione finanziaria più complessa. Il problema non riguarda soltanto il peso delle imposte, ma anche la necessità di mantenere liquidità per IVA, ritenute, stipendi e fornitori.
Nel regime ordinario l’IRPEF è progressiva. Nel 2026 le aliquote sono pari al 23% fino a 28.000 euro, al 33% per la parte compresa tra 28.000 e 50.000 euro e al 43% oltre 50.000 euro, prima di considerare detrazioni e addizionali.
Per gli studi più strutturati è quindi consigliabile accantonare il 40-50% degli incassi netti dell’IVA, separando però il fondo fiscale dalle somme necessarie per i normali costi operativi.
Come organizzare concretamente l’accantonamento
Il sistema più semplice consiste nell’aprire un conto corrente dedicato alle imposte. Quando un cliente paga una fattura, la percentuale stabilita viene trasferita immediatamente su questo conto.
Un consulente digitale che incassa 2.000 euro, per esempio, può spostare subito 700 euro applicando un accantonamento del 35%. I restanti 1.300 euro rappresentano una disponibilità più vicina a quella reale, dalla quale dovranno comunque essere sottratti i costi dell’attività.
Il consiglio è di controllare tale percentuale almeno due volte all’anno, magari insieme al commercialista. Un aumento del fatturato, il passaggio al regime ordinario, la perdita di un’agevolazione o la presenza di altri redditi possono modificare sensibilmente il carico finale.
