Spread basso. Perché e quanto ci guadagna l’Italia.

Spread mai così basso dal 2015: cosa significa concretamente?

Da quando Mario Draghi è stato designato come nuovo Presidente del Consiglio, nei telegiornali e nei quotidiani nazionali non si sente dire altro: il nostro spread è sceso sotto la soglia psicologica dei 100 punti base, toccando livelli che non si registravano dal 2015.

E quasi ogni giorno si toccano nuovi record al ribasso, portando la Borsa di Milano a chiudere la giornata quasi sempre in positivo e a far esprimere pareri entusiasti a chi si occupa a vario titolo di economia.

Spesso, però, non capiamo fino in fondo quali sono le conseguenze reali di questo valore, credendo che si tratti di questioni che restano relegate a “cose più grandi di noi”. Invece, lo spread condiziona in modo a noi ravvicinato l’economia nazionale ed è per
questo che ci sembra utile approfondire l’argomento in maniera semplice, così che la notizia ascoltata o letta non sia più un dato estraneo al nostro interesse.

Ma cos’è lo spread?!
Tanto per cominciare, è opportuno spiegare in parole povere che cos’è lo spread. Termine inglese che significa “differenziale”, in economia si può tradurre come differenza, misurata in punti base, tra i tassi di rendimento a 10 anni dei Bund, ovvero i titoli di Stato tedeschi, ed i corrispondenti titoli italiani, cioè i Btp (Buoni del Tesoro Poliennali), i quali hanno varie scadenze e vengono acquistati e venduti ogni giorno dagli investitori in ambito internazionale.

Nel nostro Paese si tratta di un elemento importantissimo, in quanto raffigura un indicatore di fiducia e di stabilità del nostro sistema produttivo in rapporto a quello della Germania, preso a riferimento come il modello più sicuro in Europa e il mercato più grande nel continente; per questa ragione i Bund tedeschi costano in genere di più dei Btp della stessa durata e pagano interessi inferiori rispetto ai “cugini” italiani, essendo titoli meno rischiosi.

I 100 punti base, in Italia, sono considerati convenzionalmente come abbiamo detto una soglia che, se superata, genera
diffidenza da parte dei mercati stranieri che vogliono investire nel nostro Stato. Infatti, quando lo spread è al di sotto di questo valore, i creditori che detengono i nostri buoni del tesoro, che in sostanza rappresentano il debito pubblico, si sentono più rassicurati perché ci ritengono nelle possibilità di fronteggiare i pagamenti nei loro confronti. Quando molti investitori vendono le azioni di una nazione, il suo costo diminuisce e automaticamente aumenta il suo tasso di interesse.

Se, al contrario, vi è poco movimento di compravendita, vuol dire che gli investitori hanno fiducia in quel Paese e il
differenziale si stabilizzerà o si abbasserà (quello che sta succedendo in Italia). Quando i timori sulla stabilità di un paese aumentano, le sue obbligazioni sono maggiormente vendute sul mercato secondario rispetto a quelle della Germania, il che abbassa il loro prezzo e aumenta il tasso di rendimento.

L’innalzamento dello spread, perciò, ha conseguenze sul bilancio statale, dato che le prossime emissioni
obbligazionarie del paese interessato gli costeranno di più come tassi di interesse.

Secondo alcuni esperti, lo spread nei giorni a venire potrebbe addirittura ancora scendere fino a 70 punti base. Un sostanziale restringimento dello spread comporta ogni anno un aggiuntivo risparmio per i conti pubblici quantificabile in circa 1,5 miliardi di euro ogni 50 punti: le casse dello Stato italiano trarrebbero un grandissimo respiro di sollievo.

Questo, naturalmente, si riflette sul nostro quotidiano di cittadini che usufruiscono di servizi e pagano le tasse, ma anche sulle nostre imprese. Dobbiamo pensare, difatti, che le prime sei banche italiane posseggono più di 180 miliardi di euro in titoli di Stato; se lo spread sale, questi titoli riducono il loro valore e si verifica una perdita dei titoli bancari quotati in Borsa.

Il risultato è che i bilanci bancari sono influenzati in negativo e questo può provocare un aumento dei costi dei clienti bancari e, quindi, anche del costo dei finanziamenti ad aziende e famiglie, oltre che un irrigidimento nella elargizione dei prestiti che per le imprese sono imprescindibili per effettuare investimenti.

Infine, l’incertezza dell’economia italiana, collegata appunto al punteggio dello spread, ha una ripercussione anche sulle importazioni dei prodotti delle nostre imprese da parte degli altri Paesi europei, che diventano più care.

 

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