Il regime forfettario è per molte partite IVA un’ancora di salvezza, ovvero l’unica forma fiscale che potrebbe rendere sostenibile la loro attività. Per tutti gli altri, è uno strumento utile, che permette di semplificare le incombenze, ridurle all’osso e soprattutto risparmiare parecchio denaro. Eppure, per alcuni non è così conveniente. Il motivo di ciò risiede nei limiti stessi del forfettario, che possono risultare fastidiosi a determinate condizioni.

In questa guida forniamo una panoramica del regime forfettario, ne descriviamo i limiti e presentiamo alcuni casi in cui sarebbe meglio passare al regime ordinario. 

I pregi del regime forfettario

Il regime forfettario è stato pensato per semplificare e ridurre le tasse. La semplificazione si manifesta con la possibilità di evitare qualsiasi scrittura contabile. La riduzione delle tasse si manifesta invece in una sorta di tassa fissa, quindi non soggetta a scaglioni. Essa sostituisce l’IRPEF e altre imposte e infatti prende il nome di “imposta sostitutiva”. Si attesta al 5% per i primi cinque anni di attività (se si rispettano determinate condizioni) e al 15% per gli anni dal sesto in poi.

La semplificazione coinvolge anche la questione delle deduzioni. In questo particolare regime fiscale, infatti, essa è stabilita a forfait (da cui il nome). In buona sostanza, al lavoratore è riservata la possibilità di sottrarre dal reddito imponibile una quota fissa, che dipende dal codice ATECO. Nella maggior parte dei casi, essa è stabilita al 22%.

I limiti del regime forfettario

Nondimeno, il regime forfettario presenta alcuni limiti. Ecco una panoramica.

  • Compensi lordi. Per accedere al forfettario, o per non “perderlo”, è necessario fatturare non più di 85.000 in un anno.
  • Compensi ai professionisti. I forfettari possono erogare compensi ai collaboratori, ma solo per un massimo di 20.000 euro all’anno complessivi.
  • Detrazione e deduzione minime. I forfettari possono dedurre solo la quota fissa riservata al proprio codice ATECO. Inoltre possono detrarre – al netto delle detrazioni automatiche – solo gli acconti dei contributi INPS e dell’imposta sostitutiva (secondo il meccanismo del saldo e acconto).

Vi sono poi alcuni limiti che in realtà assomigliano più a delle clausole di esclusione, come la presunzione del rapporto di subordinazione. Per esempio, quando si fattura a un solo cliente, si lavora presso la sua sede e in passato si è stati dipendenti presso la sua azienda, l’Agenzia delle Entrate presume un rapporto di subordinazione ed esclude il lavoratore dal forfetario.

3 casi in cui non il regime forfettario non è conveniente

Alla luce di quanto detto fin qui, possiamo individuare i tre casi principali in cui il regime forfettario non conviene.

  • Compensi superiori o in crescita netta. Se si prevede di superare 85.000 euro di fatturato, sarebbe meglio passare al regime ordinario. In caso contrario, si sarebbe costretti a guadagnare di meno per rientrare nel forfettario.
  • Elevato fabbisogno di collaboratori. Se il fabbisogno di collaboratori è talmente elevato da richiedere l’erogazione di compensi complessivi superiori a 20.000 euro all’anno, è bene passare all’ordinario o addirittura pensare a una costituzione societaria. Il rischio è che, per rimanere nel forfettario, si rinunci ad alcuni collaboratori, con tutto ciò che ne consegue per la fluidità e la produttività della propria attività lavorativa.
  • Costi elevati. Se i costi sono elevati, e superano la quota di deduzione fissa/forfettaria, è bene pensare al regime ordinario, il quale consente di dedurre le spese una per una e senza limiti di sorta.

Questi casi sono tutt’altro che rari. Dunque, è bene operare una verifica approfondita e comprendere se il forfettaria fa davvero al caso proprio. Si tratta di analizzare costi e benefici, mettere sul piatto della bilancia i vantaggi del forfettario con quello che, nel proprio caso specifico, il forfettario toglie.

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