Il governo, con il decreto delega fiscale, ha rivoluzionato la rateizzazione delle tasse non pagate. Un istituto importante, e che da sempre concede una boccata di ossigeno ai contribuenti in debito con il fisco. 

Vediamo cosa prevede il decreto.

Rateizzazione tasse, il piano del governo

La novità più importante è l’allungamento della dilazione, molto banalmente l’aumento delle rate in cui si potranno pagare i debiti con il fisco. Attualmente le rate, chiaramente mensili, non possono essere superiori a 72.

Per chi farà richiesta di dilazione dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026, saranno 84. 

Per chi farà richiesta nel biennio 2027-2028, invece, saranno 96. Infine, si arriverà a 120 rate per chi farà richiesta dal 2029 in poi. 

Per ottenere la dilazione massima basterà una semplice richiesta del contribuente, così come avviene già oggi. Alla richiesta dovrà però essere allegata la documentazione che attesta un oggettivo stato di difficoltà.

Per inciso, la misura è rivolta a chi “vanta” debiti fino a 120 mila euro. 

Le altre novità del decreto

Il decreto ridefinisce anche le modalità di recupero. Nello specifico, stabilisce i termini del discarico, ovvero del “rimpallo” delle cartelle tra l’ente di riscossione (l’Agenzia delle Entrate Riscossione, l’ex Equitalia) e l’ente creditore (spesso amministrazioni locali, società miste e partecipate). 

Il decreto stabilisce la possibilità, per l’ente creditore, di rientrare in possesso del credito. A quel punto, potrà gestirlo direttamente o assegnarlo a un soggetto privato iscritto all’albo dei riscossori, ovviamente mediante gara pubblica. Il tutto, dopo il primo tentativo da parte dell’ente di riscossione. 

Per i carichi affidati all’ente di riscossione dal 1° gennaio 2025, poi, scatta una sorta di prescrizione. Se entro cinque anni le somme non saranno state recuperate, il carico ritornerà all’ente creditore. 

E’ prevista anche la possibilità di discarico anticipato, ovvero prima dei cinque anni. Questo può essere richiesto sia dall’ente di riscossione sia dall’ente creditore. 

Nel primo caso, l’ente di riscossione potrà “liberarsi” dei crediti se sussistono i seguenti requisiti:

  • Chiusura del fallimento o della liquidazione giudiziale;
  • Assenza di beni passibili di “aggressione” (leggasi pignoramento), 
  • Assenza di nuovi beni rispetto al biennio precedente, se in questo lasso di tempo l’attività di recupero è stata parzialmente o totalmente infruttuosa. 

Nel secondo caso, invece, gli enti creditori potranno riappropriarsi dei crediti una volta trascorsi due anni dall’assegnazione del carico all’ente di riscossione. 

La ratio del decreto

La ratio del decreto è palese: sgravare l’ente di riscossione, per quanto possibile, dei crediti che non può esigere o che si rivelano estremamente difficoltosi da esigere. In “pancia”, infatti, l’ente di riscossione conserva qualcosa di 1.200 miliardi di insoluto. Si tratta di una cifra estremamente alta, e che causa non solo problemi di natura economica, ma anche banalmente organizzativi: ingolfa gli uffici dell’ente, senza che gli sforzi portino a un risultato apprezzabile.

Nondimeno, la misura va incontro ai contribuenti, almeno nella parte relativa alle rateizzazione. La possibilità di dilazionare fino a 10 anni il pagamento delle tasse non pagate rappresenta certamente una boccata di ossigeno, oltre ad aumentare le chance che il debito venga ripagato in toto. 

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