Partita IVA da avvocato

Se lo chiede chi sta intraprendendo la carriera da avvocato ma anche gli avvocati di lungo corso insoddisfatti del loro trattamento fiscale. È meglio la partita IVA ordinaria o la partita IVA forfettaria? 

Non è una domanda peregrina. Meno che mai, è una domanda ingiustificata. Anche perché se lo chiedono un po’ tutti i professionisti.

La professione dell’avvocato, però, vanta alcune peculiarità tali da richiedere una riflessione ad hoc. La faremo nell’articolo che segue.

Spiegheremo le differenze tra regime ordinario e forfettario, analizzeremo i loro pro e contro alla luce delle specificità della professione da avvocato.

Le differenze tra regime ordinario e regime forfettario

Il regime ordinario, in un certo senso, si caratterizza per tutti quegli elementi che un profano ci si aspetterebbe da una partita IVA per professionisti. Nello specifico:

  • Consente di dedurre le spese sostenute per l’esercizio della professione, riducendo così il reddito imponibile.
  • Impone il pagamento di un’imposta sul reddito progressiva. Ovvero, l’IRPEF, la cui aliquota dipende dagli scaglioni. Le aliquote possono essere del 23, del 35 e del 43%. Esse corrispondono rispettivamente a un reddito pari o inferiore a 28mila euro, a un reddito superiore a 28mila ma non superiore a 50mila euro, a un reddito superiore a 50mila euro.
  • Non ha limiti di reddito. In breve, il professionista può guadagnare quanto preferisce (o riesce).

Il regime forfettario è tutt’altro paio di maniche. Il termine forfettario si riferisce alla deduzione, che è a forfait. In buona sostanza, il professionista paga le tasse su un reddito imponibile già decurtato da una deduzione. Questa è calcolata in percentuale sul lordo e dipende dal codice ATECO. Quella riservata agli avvocati, e alla maggior parte dei professionisti, è pari al 22%.

In cambio, il professionista deve rinunciare a qualsiasi altra deduzione. Insomma, non può “scaricare” nulla.

In compenso, però, paga un’imposta sul reddito molto bassa. L’IRPEF cede il passo all’imposta sostitutiva, che, al netto di alcune eccezioni, è pari al 5% dell’imponibile (reddito lordo meno deduzione forfettaria) per i primi cinque anni e al 15% dal sesto anno in poi.

Il forfettario, va detto, vanta un limite di reddito: chi supera gli 85mila euro è fuori.

Le peculiarità della professione di avvocato

Il forfettario si è rivelato un grande successo. D’altronde, permette di pagare poche tasse. È l’ideale soprattutto per chi non ha molte spese e quindi non potrebbe scaricare granché (condizione che appartiene a molti professionisti).

Come già accennato, però, la professione dell’avvocato presenta peculiarità che impongono una riflessione più approfondita.

  • Presenza di una cassa dedicata. A differenza di molti professionisti, gli avvocati fanno riferimento, per i contributi previdenziali, a una cassa dedicata. Ovvero, la cassa forense. Essa impone il pagamento di un contributo pari al 15%, ma mai inferiore a 3.355 euro. A questi si aggiunge un contributo per il supporto alla maternità pari a 96,76 euro. Va detto che il pagamento dei contributi non cambia da regime a regime, ma la presenza di una cassa così esosa aggiunge un ulteriore elemento di riflessione.
  • Tenore delle spese medio alto. Gli avvocati sono chiamati, in media, a sostenere spese per l’esercizio professionale superiori a quelle di tanti altri professionisti. Pensiamo alle spese per il trasporto, giacché gli avvocati sono costretti a presenziare alle udienze, spesso e volentieri in trasferta. Altre spese possono includere il pagamento di eventuali collaboratori e di materiale di formazione per l’aggiornamento professionale.
  • Irregolarità del reddito. Gli avvocati devono affrontare dinamiche di pagamento molto particolari. In buona sostanza, come tutti gli avvocati sperimentano sulla propria pelle, i pagamenti rischiano di essere molto irregolari. Spesso e volentieri vengono erogati alla fine del procedimento, magari sotto forma di spese legali comminate del giudice alla parte avversaria (e soccombente).

Cosa scegliere

Alla luce di quanto detto fin qui, per un avvocato è meglio la partita IVA ordinaria o la partita IVA forfettaria.

Di base…

La presenza di una cassa esosa spingerebbe all’ordinario, nel tentativo di scaricare il più possibile e ridurre al massimo il reddito imponibile.

Stesso discorso per le spese correlate all’esercizio della professione, che nel loro complesso spesso superano l’eventuale deduzione forfettaria.

Idem per l’irregolarità del reddito. Gli avvocati rischiano di ricevere pagamenti tutti in un colpo, anche quelli relativi agli anni passati, esponendo al pericolo di violare i limiti del forfettario.

Allo stesso tempo, è innegabile che ci siano avvocati che raramente effettuano trasferte e che non spendono molto per i trasporti. Altri, analogamente, riescono a gestire i pagamenti in una prospettiva di maggiore regolarità.

Dunque, qual è la risposta al quesito? Inevitabilmente… Dipende. Ovvero, dipende dalla situazione personale e persino dalla percezione soggettiva. Alcuni, a prescindere dalle condizioni in cui versano realmente, trovano più comodo e meno ansiogeno non dover scaricare le fatture e le spese di volta in volta.

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