Le dimissioni, specie quelle per giusta causa, sono sempre un momento doloroso. Il lavoratore è costretto dagli eventi – generalmente spiacevoli – a lasciare il posto di lavoro. Sa cosa perde ma non sa cosa troverà. Avverte la sensazione di fare un salto nel buio.

Ma c’è un paracadute: la Naspi, il vecchio assegno di disoccupazione. Bisogna però prestare la massima attenzione: ciò che è giusta causa per il lavoratore potrebbe non esserlo per la legge. Il risultato non è solo la perdita del reddito, ma anche l’impossibilità di accedere alla NASPI.

Ne parliamo in questo articolo. Forniremo una panoramica delle “vere” giuste cause, quelle che consentono di dimettersi e, allo stesso tempo, godere della Naspi. Successivamente, forniremo informazioni sulla corretta procedura da seguire.

 

Dimissioni per giusta causa: quando sono considerate tali

Dunque, tutto ruota attorno al concetto di “giusta causa”. Se la motivazione per cui si rassegnano le dimissioni rientrano nelle casistiche stabilite dalla legge, le dimissioni medesime sono più che legittime e si mantiene il diritto alla Naspi.

Ecco una panoramica.

Mancato pagamento dello stipendio

Il mancato pagamento, anche solo di alcune mensilità, rappresenta una delle principali giuste cause di dimissioni. Il lavoratore, infatti, ha diritto a percepire la retribuzione in maniera regolare e puntuale.

Quando il datore di lavoro non adempie a questo obbligo, viene meno il vincolo fiduciario alla base del rapporto di lavoro. In questi casi, la legge riconosce la possibilità di dimettersi e accedere alla NASPI.

Molestie sul posto di lavoro.

Le molestie, siano esse verbali, fisiche o di carattere sessuale, ledono in modo grave la dignità del lavoratore. Si tratta di episodi che rendono impossibile la prosecuzione del rapporto, costringendo il dipendente a lasciare l’impiego.

La giurisprudenza considera tali condotte come giusta causa, riconoscendo quindi il diritto all’indennità di disoccupazione in caso di dimissioni.

Modifica unilaterale delle mansioni.

Il datore di lavoro non può modificare liberamente le mansioni del dipendente, soprattutto se questo comporta un demansionamento o un peggioramento delle condizioni lavorative.

Un cambiamento imposto senza consenso e non giustificato da ragioni organizzative è una violazione grave. Anche perché causa un certo turbamento psicologico, fino a minare l’autostima. In tali circostanze, il lavoratore può rassegnare le dimissioni per giusta causa e accedere comunque alla NASPI.

Mobbing.

Il mobbing si configura come un insieme di comportamenti vessatori, ripetuti nel tempo, che mirano a isolare, umiliare o spingere il lavoratore a lasciare l’azienda. Può manifestarsi attraverso esclusioni, offese o carichi di lavoro insostenibili. Un’azione bieca, biasimata anche dal legislatore.

In queste condizioni, la prosecuzione del rapporto è insostenibile e la legge riconosce il diritto di dimettersi con accesso alla NASPI.

 

Dimissioni per giusta causa: come procedere

Non basta avere “ragione” per dimettersi senza rischi di perdita della NASPI. È necessario seguire una procedura precisa che tuteli sia il lavoratore sia l’istituto che eroga l’indennità.

Innanzitutto, le dimissioni devono essere presentate esclusivamente in modalità telematica attraverso la piattaforma del Ministero del Lavoro. Non sono valide, dunque, le lettere consegnate a mano o le comunicazioni informali: la legge ha stabilito un iter vincolante per evitare abusi o contestazioni. Il lavoratore deve accedere al portale, autenticarsi tramite SPID o altra identità digitale e compilare il modulo previsto, indicando come motivazione “giusta causa”.

È altrettanto fondamentale raccogliere e conservare la documentazione che provi le ragioni delle dimissioni: ad esempio buste paga mancanti, testimonianze di colleghi, certificati medici, mail aziendali o ogni altro elemento utile a dimostrare le condotte subite.

Tale documentazione sarà necessaria per l’INPS, che valuterà caso per caso la legittimità della richiesta di NASPI. Inoltre, il lavoratore deve prestare attenzione ai tempi: la domanda di indennità deve essere presentata entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto.

Fare da sé è pericoloso. Il consiglio è di fare riferimento a un commercialista con competenza da consulente del lavoro per non commettere errori formali che potrebbero compromettere il diritto alla prestazione. Solo in questo modo ci si può dimettere in sicurezza, senza correre rischi inutili.

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