Secondo l’immaginario collettivo lo Stato, inteso come autorità fiscale, è una specie di socio occulto, che incassa e basta, un incomodo che drena risorse senza contribuire più di tanto. Ma è davvero così? Se sì, come può un professionista reagire e mettere al riparo la sua liquidità?
Ne parliamo qui. Analizzeremo la natura del rapporto tra fisco e libera professione, cercando di capire se sia corretto utilizzare determinate definizioni e quali siano le strade percorribili per gestire il carico fiscale in modo consapevole ed efficace.
Lo Stato come socio occulto: una prospettiva da ridimensionare?
Nel linguaggio comune tra professionisti, l’espressione “socio occulto” riferita allo Stato è diventata un luogo comune quasi inscalfibile.
L’idea di base è semplice: lo Stato parteciperebbe agli utili dello studio professionale con una quota che spesso oscilla tra il 40% e il 50%, senza però aver investito capitale iniziale, senza partecipare al rischio d’impresa e senza contribuire alle ore di lavoro necessarie per portare a termine l’incarico. Se guardiamo puramente ai flussi di cassa, questa interpretazione sembra avere una sua logica contabile: una fetta consistente di ogni parcella viene accantonata per far fronte a imposte e contributi.
Tuttavia, definire lo Stato come un socio è un’affermazione che, a un’analisi più attenta, risulta pretenziosa e tecnicamente imprecisa. Un socio, in senso giuridico ed economico, condivide non solo i profitti, ma anche le perdite e le responsabilità. Lo Stato, al contrario, impone un prelievo fiscale che è slegato dalla qualità della gestione interna, ma che si basa sulla capacità contributiva manifestata.
Inoltre, l’utilizzo del termine “socio” presuppone un rapporto di collaborazione paritaria che nella realtà non esiste, poiché il legame con il fisco è un obbligo di legge finalizzato al mantenimento dei servizi pubblici, delle infrastrutture e del sistema di welfare di cui ogni professionista beneficia, direttamente o indirettamente.
Sostenere che lo Stato sia un “socio che incassa e basta” è quindi una semplificazione che serve più a sfogare la frustrazione per un carico fiscale elevato che a comprendere la realtà dei fatti.
Il vero problema non è la presenza dello Stato nel sistema economico del professionista, ma la mancanza di strumenti gestionali che permettano al professionista di prevedere e governare tale presenza, evitando che il prelievo diventi un elemento di crisi finanziaria.
Dunque, ecco qualche soluzione pratica per ottimizzare il carico fiscale e quindi dissolvere la percezione dello Stato come socio occulto
La scelta del regime fiscale:
Il primo passo per evitare che il prelievo fiscale risulti sproporzionato rispetto alla realtà dello studio è l’individuazione del regime contabile e fiscale corretto. Non esiste una soluzione universalmente valida, poiché ogni professionista ha una struttura di costi differente.
Spesso si commette l’errore di considerare il regime forfettario come la soluzione definitiva per ogni problema, attirati dall’aliquota sostitutiva bassa e dalla semplificazione degli adempimenti.
Tuttavia, il regime forfettario non permette di dedurre analiticamente i costi sostenuti. Per un professionista che ha spese ingenti (come l’affitto di uno studio prestigioso, stipendi per i collaboratori, investimenti tecnologici o costi di formazione elevati) questo regime potrebbe rivelarsi un paradosso.
In questi casi, il passaggio al regime ordinario, pur comportando aliquote IRPEF progressive potenzialmente più alte, potrebbe essere preferibile in quanto permette di abbattere la base imponibile attraverso la deduzione di tutte le spese inerenti all’attività.
Scegliere il regime in modo superficiale significa trasformare lo Stato in un ente che incassa su una ricchezza che, al netto delle spese vive, il professionista non ha realmente prodotto. Significa alimentare la forzata logica del socio occulto.
Escapologia fiscale e pianificazione
Negli ultimi anni si è diffuso molto il termine “escapologia fiscale”, spesso accompagnato da promesse di soluzioni miracolose per azzerare il carico tributario. Sebbene il termine possa suonare suggestivo, nella pratica professionale seria si traduce in una gestione oculata e preventiva delle variabili fiscali.
Non si tratta di nascondere materia imponibile, ma di utilizzare tutte le pieghe della normativa vigente per ottimizzare il carico fiscale.
Fare pianificazione fiscale significa non attendere la scadenza degli acconti e dei saldi per capire quanto si dovrà pagare. Significa monitorare mensilmente l’andamento del fatturato e delle spese, individuando per tempo le opportunità offerte dal legislatore, come i crediti d’imposta per la digitalizzazione, le deduzioni per la previdenza complementare o la corretta gestione delle spese di rappresentanza e dei rimborsi spese. Quando un professionista si limita a consegnare le fatture al termine del periodo d’imposta, perde ogni possibilità di manovra legale.
La pianificazione trasforma il “socio” Stato in una variabile prevedibile del bilancio, permettendo di accantonare le somme necessarie senza intaccare la liquidità necessaria per lo sviluppo dell’attività.
L’importanza di affidarsi a una consulenza tecnica specializzata
La complessità del sistema tributario italiano rende quasi impossibile la gestione autonoma della fiscalità per un professionista impegnato nella propria attività specifica. Che si tratti di un avvocato, di un medico o di un ingegnere, ma anche di un professionista del digitale, il tempo dedicato a cercare di comprendere circolari dell’Agenzia delle Entrate o mutamenti normativi è tempo sottratto alla propria professione e, di conseguenza, alla propria capacità di guadagno.
Affidarsi a un buon professionista del settore contabile e del lavoro non deve essere visto come un costo aggiuntivo, ma come un investimento sulla stabilità del proprio studio. Un consulente esperto non si limita alla mera compilazione dei quadri della dichiarazione dei redditi, ma funge da analista finanziario.
È colui che è in grado di segnalare quando la struttura dell’attività sta diventando inefficiente, quando è il momento di valutare il passaggio a una forma diversa, per beneficiare di una diversa gestione del reddito e delle responsabilità, o quando determinati costi non sono più sostenibili.
La qualità della consulenza ricevuta è il fattore che determina se il rapporto con il fisco sarà vissuto come una subìta aggressione al patrimonio o come un elemento gestito e integrato nella strategia di crescita dello studio.