Se ne parla già da un po’. Le notizie si sono rincorse con una certa rapidità, e insieme ad esse anche i timori per le tasche dei cittadini. Ora, però, la direttiva UE sulle “case green” sta per essere approvata. Ecco cosa dice il testo definitivo e cosa aspetta ai proprietari di casa.

Una direttiva UE che sta facendo discutere

La direttiva UE sulle “case green”, com’è stata ribattezzata fin da subito, è un insieme di norme che punta a ridurre le emissioni da parte del patrimonio residenziale.

Si inserisce nella politica che da qualche anno a questa parte caratterizza le istituzioni europee, una politica volta a fornire un contributo importante alla lotta al cambiamento climatico. Solo che, questa volta, a farne le spese dei processi di riqualificazione, riconversione etc. non sono le aziende ma i proprietari di casa.

La direttiva infatti propone delle marce forzate. Entro il 2030 le emissioni devono essere ridotte del 16%. Entro il 2035 devono essere ridotte del 20-22%. Infine, entro il 2050, devono essere ridotte della metà. Percentuali molto alte, ma che quasi fanno tirare un sospiro di sollievo visto che in origine lo erano ancora di più.

La parte più interessante è quella del come. In che modo si dovranno raggiungere questi obiettivi? Sempre secondo la direttiva, più di metà della riduzione dovrà essere determinata da una riqualificazione del patrimonio esistente. Dunque, dalle ristrutturazioni edilizie.

Ciò significa solo una cosa. I proprietari di casa saranno costretti a ristrutturare le proprie abitazioni. 

Un risvolto carico di conseguenze di tipo economico, che impatta in maniera drammatica sulle vite dei proprietari di casa. L’aumento delle classe di efficientamento energetico è un affare serio, che impone un dispendio non da poco, anche considerando i tanti bonus che si sono susseguiti in tutti questi anni.

Obiettivo case green senza se e senza ma?

Chiaramente, il provvedimento – e quindi l’obbligo di ristrutturazione – coinvolge solo le abitazioni con le classi più basse. Peccato che, almeno in Italia, esse rappresentino la maggioranza. Più del 51% dell’immobili, infatti, “vanta” una classe compresa tra F e G. 

Si preannuncia quindi una sorta di bagno di sangue per i cittadini? Sì e no. Alcuni elementi, infatti, mitigano gli effetti più drastici della direttiva.

Tanto per cominciare, sono previste alcune esenzioni. Dall’obbligo di adeguamento sono infatti esclusi gli edifici religiosi, gli immobili destinati alle attività agricole, le seconde case disabitate per almeno quattro mesi all’anno.

La direttiva, inoltre, lascia un discreto campo libero ai singoli stati per decidere il modo con cui gli obiettivi di adeguamento verranno raggiunti. Ciò significa che potrebbe esserci spazio per un ritorno in grande stile dei bonus, magari con sconto in fattura incorporato.

Le conseguenze per i cittadini

Anche considerando questi elementi mitiganti, il futuro preoccupa. In primis, perché la direttiva UE si sposa male con lo scenario italiano. Scenario che, è bene ricordarlo, si caratterizza per un patrimonio edilizio straordinariamente vecchio e per un’incidenza elevatissima di proprietari di casa. Due dinamiche, queste, che combinate assieme rendono la direttiva meno sostenibile di quanto non lo sia per gli altri paesi.

In secondo luogo, la direttiva potrebbe generare conseguenze sia micro che macroeconomiche.

Lato micro, causerebbe impoverimento per molti cittadini. Impoverimento che sembra inevitabile in quanto causato o dall’obbligo di spendere decine di migliaia di euro per ristrutturare o dalla svalutazione drammatica del proprio immobile che scaturirebbe dalla mancata ristrutturazione.

Lato macro, è facile immaginare un periodo di forte crisi per il settore immobiliare. Chi compra immobili usati, sapendo che nel giro di qualche anno varranno molto (a meno di non procedere con costose ristrutturazioni)?

Ormai non c’è più tempo per i cambi di rotta. A marzo la direttiva case green giungerà in Parlamento per l’approvazione e poi compirà un ultimo passaggio al Consiglio Europeo per la ratifica. L’impegno dei legislatori – non solo italiani – punterà a limitare i danni, ovvero rendere il rispetto della direttiva UE più sostenibile possibile.